S.I.A.E.C.M. Società Italiana per l'Aggiornamento e Educazione e Continua in Medicina

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FABRIZIO BIGOTTI

“Sapienza” - Università di Roma

 

 TEORIE DELLA MENTE E DELLA MATERIA
La medicina galenica ed i suoi esegeti rinascimentali: 
all’origine dell’organicismo moderno


Figura 1

GIROLAMO FABRICI D’ACQUAPENDENTE
Tabulae pictae
Anatomia dei muscoli del capo e del collo

1.   Medici antichi, teorie moderne

Il merito storico di aver impostato i rapporti tra la mente, il pensiero astratto o comunque la parte raziocinante dell’uomo, e la fisiologia, intesa come studio delle funzioni e qualità del cervello nel suo complesso, è da attribuirsi con ogni probabilità al grande medico greco Galeno di Pergamo, vissuto tra il 129/130 ed il 200 d. C., durante il dominio dell’impero romano. Sebbene poco noto, infatti, è proprio Galeno che in uno scritto intitolato  Quod animi mores corporis temperamenta sequantur (“Che le passioni dell’anima seguono i temperamenti dei corpi”) imposta un metodo conosciuto, dall’Ottocento ad oggi, con il nome di organicismo, metodo che ritiene non solo teoricamente possibile ma anche scientificamente valida una riduzione delle proprietà cosiddette ‘mentali’ al sostrato organico da cui derivano. 

Galeno, inoltre, è stato il primo a corroborare questa sua visione organicista con una serie di esperimenti anatomici che un grande fisiologo e scienziato come Claude Bernard ha chiamato esperimenti “con distruzione” (BERNARD, 1865, pp. 17, 174; GRMEK, 1996, p. 121). 

Tali esperimenti consistono, in altre parole, nella mutilazione progressiva di parti dell’encefalo e/o della colonna vertebrale per studiare gli effetti sull’animale vivo (GRMEK, 1996, p. 109). Galeno, in effetti, ricorreva volentieri alla vivisezione, essendogli preclusa, a differenza dei suoi precursori Erofilo ed Erasistrato, la dissezione del cadavere umano (Fig. 2). In compenso, però, egli dichiara di aver sezionato feti abortiti e grandi scimmie, oltre a raccomandare la dissezione umana ogniqualvolta ciò fosse stato possibile.

Benché Galeno ritenesse l’anatomia l’unico criterio realmente scientifico in questioni di medicina – disdegnando le dispute filosofiche – egli era tuttavia consapevole del fatto che non tutto l’animale, e men che meno l’uomo, poteva essere descritto col semplice ausilio della dissezione anatomica, occorreva per ciò una teoria fisica di supporto che indagasse le cause, della salute come della malattia, e permettesse un quadro di riferimento per collegare i sintomi e le malattie alle relative prognosi.

Come “teoria degli umori” (sangue, flegma o pituita, bile gialla, bile nera o melancolia) egli la prese in parte da Ippocrate, come teoria dei “temperamenti” (caldo, freddo, umido, secco, Fig. 3),invece, Galeno rielaborò personalmente un sistema già definito nelle sue linee essenziali da Aristotele nel De generatione et corruptione, tentando tuttavia, a differenza di quest’ultimo, una separazione teorica delle qualità della materia dagli elementi primordiali che la componevano (acqua, aria, terra e fuoco).

Sebbene possa apparire un po’ sofisticata, non si tratta – come ritenne nell’ottocento Cuvier e, più recentemente, Manzoni (MANZONI, 2007, p. 34) –, di una teoria inventata o completamente ‘a-priori’. Le sue basi empiriche, legate comunque alla teoria del calore fetale o innato (symphýton thermón, cfr. SIEGEL, 1963, p. 167 e ssg.) del quale i temperamenti non rappresentano che differenti tipologie, possono, in effetti, essere ricondotte ad almeno quattro ordini di ragioni:

a)   il calore, spontaneamente prodotto da molti animali – e dagli omeotermi oggetto delle vivisezioni galeniche, in particolare – distingue quest’ultimi dagli oggetti fisici o comunque inanimati;

b)   se l’ipotermia può essere ricondotta ad un mancato afflusso di sangue all’organo o alla parte interessate, allora, data la distinzione aristotelica degli animali in sanguinei/non sanguinei, la correlazione sangue-calore (nei suoi vari temperamenti)-vita si fa stretta ed empiricamente riscontrabile;

c)   la maggior parte delle reazioni chimiche – cui gli antichi davano il nome di “alterazioni sostanziali” – sono di natura esotermica, ovvero generano calore e quindi, per conversione, il calore può esserne indicato come causa; 


d)   dato quanto sopra, se l’origine della vita – ovvero il suo principio  – può
  essere indicata in qualcosa di semplice, allora l’organismo umano sembra comportarsi come un grande alambicco che, a partire dal calore fetale o innato, catalizza l’intera gamma delle reazioni chimiche (dette perciò concoctiones). 

Queste, a loro volta, determinano i diversi gradi e stati della materia (temperamenti appunto), dal più caldo al meno caldo, dal più secco al più umido. In tal modo, a partire dall’organo più caldo, il cuore, sino a quello più freddo, il cervello, questo alambicco antropomorfo (Fig. 4) trasforma al suo interno l’alimento in sostanza nutriente ed, una volta concluso il ciclo di distillazione, espelle i suoi residui (detti superfluitates), attraverso il naso, in forma di muco o flegma (GALENO, 1549, p. 139; DORN, 1577, p. 137). 

L’alambicco rappresentava così un modello unitario di rappresentazione fisiologica del corpo, dal momento che freddezza, siccità, umidità o calore di una certa parte del corpo potevano essere  riprodotti appunto mediante un processo alchemico di distillazione (distillatio). Non va dimenticato, infine, che la stessa natura delle sostanze organiche, e non, poteva essere dedotta quasi esclusivamente mediante la cozione (in greco pépsis), unico processo conosciuto agli antichi per decomporre una sostanza complessa negli elementi primi di cui essa era composta. Un buon esempio ne è quello che Avicenna mette in atto per dimostrare la composizione della sostanza cerebrale, la cui materia era stata definita da Aristotele fredda ed umida, ed il funzionamento paragonato a quello di un refrigeratore (MANZONI, 2007).

Quella dei temperamenti era, in ogni caso, la teoria che, in linea di principio, meno di altre si distaccava dall’approccio anatomico, dal momento che essa rappresentava lo stato della materia al momento del contatto con la superficie volare della mano, ovvero con la manipolazione operata dal medico sul paziente.
A questa teoria ed alle prove sperimentali contenute nelle sue due grandi opere il De usu partium corporis humani  (“L’utilità delle parti del corpo umano”) e il De placitis Hippocratis et Platonis (“Sulle dottrine di Ippocrate e Platone”) Galeno affida, dunque, il compito di provare che gli stati psichici dipendono dai temperamenti nelle sue diverse tipologie o species.
2.   La fisio-gnomica di Galeno
Come visto, le species temperamentali non sono altro che stati (éxeis) della materia; è da esse, sostiene Galeno, che si originano la funzionalità degli organi, sia di quelli secondari sia di quelli principali (fegato, cuore, cervello).
Dal momento che il concetto moderno di “funzione” e quello antico di “anima” di un organo sembrano sovrapporsi sino ad identificarsi, tanto in Aristotele quanto in Galeno, è perciò sempre da un cattivo temperamento (o “cattiva complessione”, mala complexio) che la funzionalità di un organo può essere ostacolata sino ad essere privata, e dunque assente. Esiste così una prossimità di fondo tra la forma dell’organo e la miscela delle qualità elementari, o temperamenti, che ad essa danno origine e ciò vale anche anche per il cervello, la cui “anima” riesede nella forma dell’organo e nelle qualità temperamentali ad esso inerenti. Se noi oggi diamo a questa prossimità causale il nome di chimica, o di neurofisiologia nel caso del cervello, all’epoca di Galeno il problema era piuttosto quello più generale di associare alla “natura” del corpo (physis) il “carattere” mentale (gnome), ed era dunque un problema di fisiognomica.

Questo carattere fisiognomico si evidenzia maggiormente quando, nella sua Ars medica, Galeno associa il buon funzionamento cerebrale alla forma del capo che, egli scrive, deve somigliare ad una pallina di cera leggermente schiacciata ai lati (MALATO, 1972, p. 10; RICCIO, 1993, pp. 87-88). È sorprendente pensare come secoli di dispute sulla connessione tra volumetria celebrale e capacità mentale, da Cuvier a Brocà, sino a Lombroso, fossero contenuti in nuce in questa semplice e pure chiara assunzione  galenica (MANZONI, 2007, p. 120 e ssg.). La fisiognomica galenica trova, dunque, il suo fondamento scientifico nella teoria dei temperamenti, o meglio, nell’interpretazione che della forma aristotelica (eidos) Galeno compie nel già ricordato Quod animi mores.
Se per Aristotele “forma” (eidos) e “funzione” (érgon) sono l’una il complemento dell’altra, sino ad identificarsi (BIGOTTI, 2009, pp. 43 e ssg.), per il Galeno del Quod animi mores la “forma”, ovvero le parti omogene del corpo, conseguono (epeisthai) alla composizione delle qualità elementari (i già menzionati temperamenti caldo, freddo, secco, umido) che sono anch’esse delle “forme” (eide) nel senso che la loro miscela (krásis) segue schemi precisi (VEGETTI, 1984, pp. 135 e ssg.).

È per noi difficile comprendere quanto vasto fosse il campo di applicazione della fisiognomica antica, ed è possibile farlo forse solo assumendo – come fa Galeno – che “natura” sia anche quella parte di comportamenti che normalmente ascriviamo alla sfera del mentale, o comunque del soggettivo. Ad ogni modo, l’approccio organicista galenico permette, come il nostro prontamente dichiara, di comprendere perché “forme complesse” come gli stati mentali, possano subire affezioni (pathemata) da parte di sostanze psicotrope quali il vino ed alcune specie di cibi e farmaci, la cui composizione è considerata una “forma semplice” nel senso della miscela temperamentale.

Questo orientamento porta Galeno – né poteva essere diversamente –, a negare implicitamente qualsiasi indipendenza dell’ “anima razionale” presente nel cervello, poiché, come già detto, l’anima altro non è se non la funzionalità dell’organo conseguente al temperamento. Vi sono dunque tante “anime”  quante sono le strutture prinicapali dell’organismo, e princiapalmente tre, fegato, cuore e cervello. 

Ad esse – insieme ai testicoli denominate in seguito fundamenta vitae – Galeno attribuisce il compito di coordinare la vita psichica in generale, così che l’“anima” (psyche) legata ai processi biologici primati (crescita, nutrizione, alterazione), detta vegetativa, viene localizzata nel fegato (in quanto nei feti esposti esso è più grande delle altre parti e mostra funzioni emopoietiche); quella associata alle emozioni, detta sensitiva, viene localizzata nel cuore (in virtù del fatto che la normale attività del polso subisce modificazioni sensibili in concomitanza di eventi psichici di una certa entità; gioia, tristezza, amore etc.); quella razionale e legata alla sfera riflessiva, infine, viene situata nel cervello, con una particolare attenzione rivolta ai ventricoli cerebrali (GRMEK, 1996, p. 115, Figg. 5-6). 

Per quanto riguarda il cervello, Galeno mostra conoscenze molto avanzate per la sua epoca ed i libri IX e XIV delle sue Anatomices administrationes testimoniano sufficientemente in tal senso (ROCCA, 2003, pp. 81 e ssg.).

Ad esse egli si appoggia continuamente nella sua opera De placitis Hippocratis et Platonis, per confutare le teorie di coloro che negano ai nervi, ed in generale al cervello, il ruolo di responasabile princiaple delle funzioni di senso, cognizione e moto.

Applicando  in certo senso la fisio-gnomica al cervello, egli associa la simmetria interna della struttura ventricolare a quella del perfetto temperamento e, più universalmente, dichiara che dalla perfetta forma esteriore e dalla perfetta forma del temperamento procede la migliore costituzione del corpo umano (GALENO, De optima corporis nostri constitutione, I, 1). 

Quanto alle neuropatologie, egli sicuramente riconosce che la maggior parte di esse viene causata da lesioni o alterazioni fisiologiche dell’encefalo, in particolare dei ventricoli, stabilendo così un stretto rapporto di interdipendenza tra patologia e fisiologia dell’organo.

Come Oliver Sachs egli era probabilmente convinto, che «l’intima natura del paziente è del tutto pertinente all’ambito d’indagine più elevato della neurologia e alla psicologia, poiché esse hanno intimamente a che fare con la personalità del paziente» e che, in ogni caso, «lo studio della malattia non può essere disgiunto da quello dell’identità» (SACHS, 2001, p. 12). Per queste patologie, dunque, egli non esitava a ricorrere al trattamento dei farmaci, per lo più a revulsivi ed emetici come l’elleboro bianco. In ciò non era il primo, dato che Aristotele, prima di lui, aveva ammesso la cura farmaceutica come efficace correzione morale (ARISTOTELE, Eth. Eud., 1214b, 28 e ssg. ).

Ciononostante, per alcuni tipi di sintomi Galeno preferiva l’approccio psicologico e/o dialogico con il paziente, probabilmente maturato proprio a contatto con quei pazienti che, piuttosto che l’intervento medico, sembravano avere bisogno di un interlocutore, finendo addirittura col fingere patologie inesistenti (non va dimenticato, infatti, che Galeno scrisse anche un libro su come vadano redarguiti coloro che fingono delle patologie, Quomodo morborum simulantes sint deprehendendi). 

Nella psico-biologia di Galeno, la natura temperamentale del cervello, come quella degli altri organi, procede dalla costituzione dell’individuo sin dalla sua prima origine.

Non è chiaro se questa posizione conducesse ad esiti di determinismo morale estremo, oppure costituisse semplicemente uno di quei fattori biologicamente innati, conseguenti alla costituzione temperamentale del feto, fatto sta che nel De locis affectis egli ritiene che la natura dell’individuo biologicamente determinato influisca, e potentemente, sulle inclinazioni soggettive dello stesso (GRMEK, 1996, p. 16; GALENO, 1549, VI, 6) a tal punto da ritenere, proprio nel Quod animi mores, che l’intera vita morale fosse riducibile alle due sole cause fisiologiche da lui individuate nel De naturalibus facultatibus, quella ‘attrattiva di ciò che è specifico’,
in grado di condurre a ciò che è bene per noi, e quella ‘repulsiva di ciò che estraneo’ che ci permette di scongiurare il male.

Egli nega, dunque, che durante la formazione del feto possano intervenire anime esterne o attraverso un’immigrazione od una emigrazione per metempsicosi: la questione non è scientifica e, in ogni caso, non apporta alcun incremento al progresso della scienza medica. Su l’intera questione grava, quindi, la necessità di un dubbio che non può essere risolto altrimenti che con la consapevolezza critica della sua impugnazione.

3.   Un’opera «singolare» e «solitaria»

Data la rilevanza e l’eterodossia dei temi trattati nel Quod animi mores non è difficile comprendere che, nel Medioevo cristiano come nei primi secoli dell’era moderna, il testo fosse poco amato sia dalla Chiesa, preoccupata dalla negazione dell’immortalità dell’anima comunque implicita nelle tesi di Galeno, sia dagli intellettuali più in vista i quali, ad iniziare dal grande Fernel, finirono con il mettere in discussione l’intero modello temperamentale e fisico proposto dal galenismo, preoccupati forse più delle ricadute morali e deterministiche dello stesso che non dei suoi contenuti positivi (FERNEL, 1593, I, capp. 1-7). Sui «non allineati» si esercitò, quindi, con interesse e continuità l’attenzione dell’Inquisizione, che condannò a più riprese molte delle opere che al trattato galenico direttamente o indirettamente si richiamavano, tra di esse la più celebre fu L’esame degli ingegni (1575, Fig. 7), opera del medico spagnolo Juan Huarte de San Juan (1529-1588).

Più in generale la censura e l’inquisizione interessarono sia fisionomisti, come il napoletano Giovanni Battista della Porta (1535-1615), sia fisiologi e naturalisti (Aldrovandi e il già ricordato Huarte).

Ad essere preso di mira era soprattutto il presupposto di riduzione progressiva del contenuto morale a quello fisiologico, esplicitamente affermato da Galeno stesso nella fine del suo trattato. Ciononostante il Quod animi mores venne tradotto nel rinascimento molte volte, sia negli opera omnia, sia come monografie, con addirittura una traduzione in lingua francese nel 1539.

Il clima rinascimentale fu più di ogni altri ricettivo delle suggestioni galeniche, sia perché fu proprio ad iniziare dal Cinquecento che vennero edite tutte le opere di Galeno, precedentemente conosciute solo mediante compendi talvolta anche corrotti (l’edizione in greco fu curata da Aldo Manuzio nel 1525, quella in latino da Giunta a partire dal 1541 con la collaborazione dell’anatomista  tedesco Johannes Günter von Andernach e dell’allievo Andrea Vesalio), sia perché dopo la Fabrica dello stesso Vesalio (1543), l’anatomia e la sua ricerca della forma conobbero un notevole incremento. Gabriele Falloppio, Matteo Realdo Colombo, Costanzo Varolio e Girolamo Fabrici  da Acquapendente non sono che alcuni nomi tra i più importanti di questa anatomic renaissance. Le loro scoperte costituirono altrettanti incentivi a tradurre in atto i precetti di Galeno, così come riportarono in auge il metodo galenico che, seppure spesso errato nei contenuti, si dimostrava corretto nelle premesse generali e negli appelli alla sperimentazione. Fu così che sul declinare di questa tradizione rinascimentale, un medico bergamasco si propose di commentare proprio il Quod animi mores di Galeno ed, a quanto pare, il suo fu un tentativo isolato. Il medico in questione era un giovane allievo dello Studium di Padova, Giovanni Battista Persona. Prima di prenderne in considerazione l’opera sarà opportuno spendere qualche parola sulla vita e la personalità storica.
4.  Vita ed opere di Giovanni Battista Persona (1575-1620)

Sebbene dovette trattarsi di una delle personalità più in vista della sua epoca, poco conosciamo oggi della vita e dell’attività letteraria di questo medico umanista.

Da un resoconto dell’abate Donato Calvi (CALVI, 1664, pp. 231-232) apprendiamo il curriculum degli studi dell’autore, il luogo d’origine e la conferma della data di nascita, che è possibile evincere peraltro dalla prefazione del suo Commentarius singularis al Quod animi mores di Galeno (1602), in gran parte volta agiustificarsi dall’accusa preventiva di essere troppo giovane – appena ventisette anni, come conferma il Calvi – per potersi dedicare ad un’opera teoricamente impegnativa e di ampio respiro quale il commento al Quod animi mores.

Giovanni Battista Persona, detto Personè (o Personeni, Cfr. TIRABOSCHI, 1824, pp. 90-91), naque ad Albino nel territorio di Bergamo  nel 1575.

Studiò filosofia a Milano con il gesuita Bernardino Salino e proseguì poi gli studi di teologia e medicina. Da Milano si rivolse a Padova, nel 1593, dove studiò con il «prencipe de filosofi de suoi tempi», Francesco Piccolomini (1520-1604), conseguendo tre anni dopo, nel 1595 (BIGOTTI, 2010) , il titolo di dottore in medicina e filosofia nello stesso studium di Padova. Da un’annotazione marginale dell’Allgemeines Gelehrten-Lexicon di Jöcher Gottlieb Christian siamo informati, infine, del fatto che egli morì a Bergamo nel 1620 (CHRISTIAN, 1751, p. 156). Un suo ritratto, qui riprodotto (Fig. 8), è conservato presso la Biblioteca Angelo Mai di Bergamo. Della sua produzione, prevalentemente di carattere scientifico-letterario, conosciamo i titoli – confermati peraltro da almeno altre due fonti, l’Allgemeines Gelehrten-Lexicon di Jöcher Gottlieb Christian, nelle sue due edizioni rispettivamente 1751 e del 1816 – che  riportiamo di seguito, schematicamente:

Titolo 

Luogo di edizione 

Anno

Fonte
In Galeni librum, cui titulus est: Quod animi mores corporis temperiem sequuntur Commen-tarium singularis   Bergamo  1602  Donato Calvi, Scena letteraria degli scrittori bergamaschi - 1664
Varianti del Titolo e delle Fonti
Comm. In lib. Galeni, quod animi mores corporis temperirem sequuntur assente assente Jöcher Gottlieb Christian, Allgemeines Gelehrten-Lexicon - 1751
Commentarium in Galeni librum, quod animi mores corporis tempe-riem sequantur Bergamo 1602 Jöcher Gottlieb Christian, Allgemeines Gelehrten-Lexicon.

Fortsetzungen und Ergänzungen von H. W. Rotermund - 1816
Discursuum Medicinalium libri I Bergamo 1603 Calvi, 1664
Discursus medicinales   assente  assente Jöcher Gottlieb Christian, 1751
Discursus medicinales   Bergamo (ib.)
Venezia
1603
1613
Jöcher Gottlieb Christian, 1816

Scholia in tres Galeni libros de venae sectione Therapeuticum adversus Erasistratum, & adversus Erasisrateos

Bergamo 1611 Calvi, 1664
Varianti del Titolo e delle Fonti
Scholia in Galeni libros de venaesectione assente assente Jöcher Gottlieb Christian, 1751
Scholia in Galeni libros de venaesectione Bergamo (ib.) 1611 Jöcher Gottlieb Christian, 1816
Osservationi di trentasette errori in sole diciotto delle corrette as-sertioni del P. Horatio Montalto Giesuita contro il libro della realtà delle imprese, &c Bergamo 1613 Calvi, 1664
Varianti del Titolo e delle Fonti
Observationes 37 adversus Horat. Montaltum
pro libro de veritate insignorum Herc. Tassi
assente assente  Jöcher Gottlieb Christian, 1751
Noctes solitariae liber singularis in seputaginta colloquia distributus, siue di ÿs quae scripta sunt à Galeno [recte ab Homero N. d. A.] in odissea; in quo praeter non pauca Theologica, multa etiam Physica, multa Meta-physica, Ethica, Medica, Geometrica, Astronomica, demum & Physiognomica tractantur Venezia 1613 Calvi, 1664
Varianti del Titolo e delle Fonti
Noctes solitarias [recte solitariae N. d. A.], s. de iis, quae scientifice scripta sunt ab Homero in Odyssea assente  assente Jöcher Gottlieb Christian, 1751
Noctes solitariae, s. de iis, quae scientifice scripta sunt ab Homero in Odyssea Venezia   1613 Jöcher Gottlieb Christian, 1816

La diffusione delle opere di Persona è attestata – per quanto attualmente mi è dato sapere –, a vari livelli. La sua fortuna storica maggiore, al di là di quella del pur rilevante commentario al Quod animi mores, fu legata alle Noctes Solitarie, sive de iis quae scientifice dicta sunt ab Homero in Odyssea, Venezia, 1613, una serie di “colloqui” nei quali, a partire dai versi di Omero, Persona approfondisce questioni scientifiche e mediche, tra cui anche il problema dell’ereditarietà dei caratteri somatici (Colloquio terzo: Traditur accurate caussa Physica propter quam Filij sunt Parentibus similes). Una copia delle Noctes solitariae, insieme ad una del Commentarius singualaris, era posseduta dal grande medico francese Gabriel Naudé (1600-1653) il quale, dopo essere stato allievo di Cesare Cremoni a Padova, fu medico personale di Luigi XIII e bibliotecario dei cardinali Richelieu e di Mazzarino (BOEUF, 2007, pp. 217, 250). Oltre che di carattere scientifico le Noctes solitariae di Persona rappresentarono una pagina dello studio omerico nel Seicento, costituendo uno dei testi di riferimento del Homerus ebraizon, sive, Comparatio Homeri cum Scriptoribus Sacris (1658) di Zachary Bogan; (Cfr. NELSON, 2008). Attualmente, copie del Commentarius e del Discursuum medicinalium si trovano conservate presso la British Library di Londra con segnatura 1171.k.3 (Discuursum medicinalium) e 540 f. 10 (Commentarius).

5.   Temi del Commentario

Se l’interesse manifestato dal Persona per Galeno è giustificato principalmente dall’esercizio della professione medica, la stesura del Commentarius singularis al Quod animi mores involge an-che altro tipo di ragioni, ad iniziare da quelle di carattere specificamente filosofico. Il Persona, in effetti, rientra pienamente nell’ambito di quei galenisti che nel Rinascimento tentavano di discutere contro le tesi di Galeno (velitare adversus Galenum) adottando le sue stesse armi – o, tutt’al più, quelle desunte dalla scolastica (cfr. BIGOTTI, 2010) –, con la differenza,  niente affatto irrilevante in questo caso, che gli interessi dell’autore si rivolgevano alla filosofia platonica piuttosto che a quella peripatetica.

Di un simile interesse per il platonismo, infatti, ci documenta ancora una volta il Calvi:
Cosi sempre Gio.Battista, hor con Galeno, hor con Platone ritrovato, perche di quello seguace,di questo amico, di quello commentatore, di questo immitatore, di quello per l’arte medica degno figlio, di questo per l’Accademia inviscerato discepolo. (Calvi, 1664, p. 232)
Al di là della pur considerevole diffusione del Quod animi mores di Galeno  nel Rinascimento, sembra dunque la polemica ingaggiata da Galeno contro Platone e la destinazione platonica del trattato a motivare, con ogni probabilità, gli interessi di Persona. Come visto, infatti, Galeno negava contro Platone che l’anima razionale potesse essere separata dal corpo, o comunque sopravvivergli, poichè essa si identificava con la fisiologia del temperamento cerebrale. Passando in rassegna il commentario, tuttavia, di questo significativo interesse per Platone si scorge solo raramente traccia, ed è piuttosto Aristotele e la scolastica a fornire a Persona le armi per combattere le tesi di Galeno. A parte alcuni distinguo ed altre affermazioni che ai nostri occhi potrebbero apparire gratuite, soprattutto se inserite in un simile contesto come l’intera serie di problemi legati all’immortalità dell’anima ed ai presupposti teologici, il commentario si mantiene piuttosto fedele al testo galenico. La conoscenza del testo greco da parte del Persona, infatti, per-mette all’autore di seguire l’argomentazione della propria autorità in tutte le sue molteplici articolazioni. Un primo significativo esempio delle molteplici tipologie in cui si esprime tale discussione (velitatio) è offerta, neppure a farlo a posta, dall’occupatio iniziale della Prefazione, con la quale il Persona si difende dall’accusa di opporsi alle tesi di Galeno pur facendo professione di galenista:
Un’altra veramente grave calunnia rivolta contro questa nostra opera sarà quella di alcuni galenisti intransigenti, i quali riterranno sconveniente il fatto che talvolta, intenzionalmente, mi discosti dall’opinione di Galeno. L’opera, diranno, reca il titolo di Libro Commentario, ma riguardo al contenuto, in fin dei conti non di un Commentario si tratta, ma del contrario. [...] 

Ma lungi da me il proposito di allontanarmi dal mio Cristo, piuttosto che da Galeno. D’altra parte, anche quando lo ritroverai, amico lettore, [sappi] che mai in questo libro avrò contrastato deliberatamente le tesi di Galeno, salvo laddove, perlopiù, l’argomento tratterà dell’anima razionale. D’altra parte, che Galeno (qualunque fosse, in definitiva, la sua opinione in merito alla sostanza dell’anima) la stimasse caduca e mortale, sebbene anche in altri luoghi, sembra sia possibile desumerlo sicuramente da questo stesso libro, che ora ci accingiamo a commentare. Certamente, chiunque approvi tale affermazione sarà manifestamente empio ed acerrimo nemico di Cristo. Dunque, con riguardo a questo aspetto, non mi è stato possibile non discostarmi dalle opinioni di Galeno. (PERSONA, 1602, pp. 4-5)

Insomma, potremmo dire amicus Galenus, sed magis amica veritas. Le tesi di Galeno sono comunque considerate empie, ed indegne di un buon cristiano. La neurologia aveva ancora molti passi da compiere prima di potersi stabilire come campo di ricerca autonomo; del resto ancora oggi, quando esperimenti sul rapporto mente-cervello vengono riproposti, essi non cessano di suscitare perplessità e stroncature, non ultimi quelli di Benjamin Libet che dimostrerebbero una certa subordinazione diacronica della coscienza ai processi puramente neurofisiologici (LIBET, 2007). In ogni caso, l’intento di Persona è chiaro: non solo la struttura del periodo, ma anche l’iniziale, aperto riconoscimento dell’autorità di Aristotele quale principe dei filosofi posto nella Prefazione al lettore, non lasciano adito a dubbi: ci troviamo di fronte ad un pro Aristotele adversus Galenum, esposto in forma di commentario. Mette conto, tuttavia, notare come tale velitatio non sempre sia del tutto consapevolmente rivolta dal Persona adversus Galenum.

In effetti, uno dei problemi più rilevanti che un commentatore, sia antico sia moderno, si trova a dover gestire è il «criterio di coerenza» che egli deve necessariamente anteporre quale guida metodologica del proprio impianto esplicativo. Tale criterio, nonostante la notevole sistematicità offerta dai testi della medicina galenica, poteva in alcuni casi rivelarsi una forzatura implicita. In effetti, non tutta l’opera di Galeno si presenta come un sistema unitario esposto alla luce di alcuni principi generali e, specie nel caso della psicologia e della morale, sussiste il problema oggettivo di comprendere quale effettivamente sia stata l’opinione di Galeno al riguardo.

Tale incongruenza sul piano della ricostruzione teorica può, del resto, solo in parte essere ricondotta alla mancanza di testi anche importanti dell’autore (come il Perì ethon o Sui costumi che Galeno cita in continuazione nel suo Quod animi mores) o alla cronologia relativa delle opere. Essa informa di sé l’esegesi globale della medicina galenica, che si rivela così in più casi aporetica. Anche il confronto, seppur necessario, tra più testi relativi a trattazioni affini ma sviluppate in ambiti differenti rivela spesso oscillazioni e incongruenze difficilmente conciliabili tra loro in sede ermeneutica (TEMKIN, 1973, p. 6). A questo problema Persona ovvia presupponendo alla trattazione galenica un impianto aristotelico che tende a sistematizzare il carattere delle affermazioni galeniche nel quadro della psicologia di Aristotele, operazione che sconta non di rado l’inconveniente di stravolgere completamente il senso delle affermazioni galeniche, specie di quelle relative alla tripartizione dell’anima in razionale, sensitiva, vegetativa, risolvendosi nell’anteporre alle affermazioni dell’uno quelle dell’altro. Se è possibile definire tale atteggiamento come comunque velitativo, ovvero di opposizione e critica, occorre  anche riconoscere che tale velitatio era portata avanti nell’intento di conciliare il maggior numero possibile delle tesi di un autore con se stesso.

Persona mostra di condividere l’affermazione galenica secondo la quale il carattere segue il temperamento cerebrale; ciò che il commentatore contrasta è la conseguente, indebita, riduzione della causa formale a causa materiale, vale a dire la riduzione operata da Galeno tra la forma aristotelica, intesa come programma genetico e struttura morfologica del vivente, e il tempera-mento, ovvero chimico-fisica degli organi.

Persona denuncia la malafede di Galeno, ed afferma, che se è in potere del medico ristabilire l’equilibrio nei temperamenti del malato guarendolo, allora almeno il medico deve poter prescindere dal cieco determinismo degli stessi, altrimenti non potrebbe avere la capacità di intervenire in alcun modo sul paziente.

Del medico Giovanni Battista Persona fa così un modello culturale, che supera forse quello galenico, egli deve essere capace di contribuire all’identità del soggetto, in modo da assecondarla, non di ostacolarla o condizionarla. Inoltre, da un punto di vista prettamente fisico, seguendo Aristotele, Persona stabilisce che la materia trova nella mente umana (intellectus, nous) la sua perfezione ultima, ed essa consiste nel poter determinare gli eventi in modo libero e causale, così da imprimere ad essi una deviazione, ove necessario, dal loro condizionato svolgimento fisico. In questo modo, egli sottolinea, tutti i rapporti tra sostanze psicotrope e coscienza saranno subordinati alla libera valutazione dell’individuo il quale sarà sì costituito di materia, ma non asservito alle sue cieche leggi deterministiche.

Al di là delle motivazioni morali e religiose che pure Persona si trova ad affrontare, una cosa è certa, la psiche ha sempre rappresentato per la medicina un dominio affascinante, poiché la salute cui mira il medico deve essere, per antonomasia, quella psico-fisica e difficilmente è possibile ristabilire l’una senza l’apporto dell’altra. Nel fissare su carta queste sue riflessioni Persona consegnava ai posteri l’unico commento ad un testo straordinariamente interessante, il Quod animi mores, che non cessa ancor oggi di rappresentare per il medico una dimostrazione di quanto culturalmente elevata e scientificamente impegnativa possa essere la sua professione.

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